Chiamiamoli individui

Durante i presidi rappresentiamo gli individui che abbiamo intenzione di difendere.

Postato il 23 agosto 2015 22:38 da Matteo Samuele Spini

Ai presidi si va portandosi dietro il materiale necessario. Cartelli, striscioni, megafono e magari qualche discorso scritto da leggere a gran voce durante il presidio stesso. Solo una cosa va necessariamente lasciata a casa: l’ego. Perché non si va ai presidi in rappresentanza di noi stessi o nella speranza di poter dare libero sfogo alle proprie frustrazioni gridando volgarmente contro il soffocante senso di ingiustizia, ma si va per far parlare chi non può parlare.

Si va a rappresentare gli individui che abbiamo intenzione di difendere.

Individui che vengono privati dei diritti più basilari e semplici, vite chiuse in un corpo nato all’inferno. Vite spese in prigionia. Vite snaturate, soffocate, rinchiuse tra sbarre e mura che tolgono loro qualsiasi diritto di replica. Esistenze che hanno visto gli umani annientare il loro disperato grido verso la vita. Vite alle quali viene tolta con violenza la dignità e il senso della vita stessa. Vite alle quali ci si riferisce in maniera consapevole chiamandole carne, togliendo loro importanza e individualità. Infatti la sopraffazione dell’altro parte proprio dall'uso (o abuso) del linguaggio, che li vuole chiamare carne anziché animali o, più correttamente, individui.

Allora partiamo dal linguaggio iniziando a chiamarli individui e le nostre frasi più comuni riacquisteranno un significato più aderente alla realtà.

E ci accorgeremo che quegli individui sono identici a noi e desiderano quello che tutti noi vogliamo: la libertà e la vita. Ma chiamandoli carne è più facile tenersi alla larga dal senso di colpa, dalle atrocità cui sottoponiamo tutti i giorni gli animali. Scegliendo le parole giuste per noi, riusciamo a fingere di non avere nessun tipo di responsabilità verso di loro e verso ciò che permettiamo accada a tutti loro.

E ci permettiamo di generarli violentando madri, strappando loro i figli, costringendoli a misere esistenze, ignorando la sofferenza e il dolore che procuriamo.

Li sfruttiamo, li scherniamo, li macelliamo come fossero plastica.

Copriamo il doloroso sapore dei loro resti con gustose spezie e intingoli e, quando ci sediamo a tavola, ci sentiamo sereni perché stiamo solo mangiando carne, facendo tabula rasa della filiera di dolore e mostruosità che ha portato nel nostro piatto quella pietanza.

Ci hanno fatto smettere di pensare, ci hanno convinti con immagini e pubblicità che è giusto così e che, addirittura, gli animali sono lì apposta. Questo affinché nessuno inizi a porsi domande, a fare la cosiddetta connessione e soprattutto affinché nessuno possa andare a mettere un bastone tra gli ingranaggi della macchina economica che macina vite arricchendo l’azienda di turno e, più in generale, parte del mercato alimentare. Questo non è un mercato, è una tratta degli schiavi, è la cultura della sopraffazione, è un orrore mascherato e reso vergognosamente normale agli occhi dei più.

E’ la cultura che va cambiata, sono gli automatismi del pensiero che vanno aggiustati, è l’empatia che va fatta riemergere, è il diritto alla vita che va fatto valere. Allora, andando ai presidi, ricordiamoci questo. Dobbiamo pensare e riflettere, sempre. Dobbiamo ridiscutere tutto il sistema, dobbiamo chiedere a chi ci ascolta di mettere sul tavolo quello che facciamo e chiederci cosa stiamo facendo. Dobbiamo spingere gli altri a guardare ognuno sotto al proprio tappeto e farsi finalmente carico della responsabilità delle proprie scelte. Dobbiamo chiederci in quale misura vogliamo contribuire a lasciare il mondo così com’è o se vogliamo prendere una posizione e iniziare a migliorarlo. Dobbiamo iniziare a chiamare le cose con il loro nome una volta per tutte. E partendo dalla scelta delle parole, arrivare a non permettere più a nessun individuo di prevaricarne un altro. Dobbiamo far prevalere la cultura del rispetto.

Dobbiamo farlo. Dobbiamo farlo per tutti coloro che ci sentiamo di voler rappresentare e al quale desideriamo prestare la nostra piccola, ma fortissima voce.

Glielo dobbiamo.

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