8° presidio NOmattatoio: il resoconto

Resoconto dell' 8° presidio al mattatoio di Roma del 25 luglio 2015

Postato il 11 agosto 2015 18:28 da Rita Ciatti e Eloise Cotronei

Viaggiano ammassati come oggetti, sfiancati dal caldo, assetati, umiliati, immersi nelle loro feci. Ti osservano timorosi e increduli quando ti avvicini, nei loro occhi una domanda: perché?

Impotenti li guardiamo allontanarsi. Ultima fermata: il mattatoio.

Poi, quel camion, lo abbiamo visto ripassare. Ormai vuoto. E tutti abbiamo immaginato quei corpi fatti scendere a forza e trascinati, tra l'angoscia e la disperazione, verso la catena di smontaggio.

Tutto questo è orribile, una tragedia invisibile mentre le persone vanno al mare, tornano a casa da lavoro, si ritrovano con gli amici in un caldo sabato di luglio e, ignari di quanta sofferenza ci sia dietro, una volta seduti a tavola si apprestano a mangiare proprio quegli stessi corpi che abbiamo visto passare.

Ma proprio per questo dobbiamo continuare a esserci: per raccontare, documentare, far crollare il velo che occulta questa folle normalità.

E così anche il 25 luglio scorso, ligi al nostro impegno, ci siamo ritrovati all’incrocio di Viale Palmiro Togliatti – quello che fa angolo col piazzale Pino Pascali – nei pressi del mattatoio di Roma.

E a tanto abbiamo assistito solo dopo pochi minuti dall’inizio del presidio: al passaggio di questo tir a due piani colmo di maiali visibilmente sfiancati dal caldo (ricordiamo che i maiali soffrono particolarmente il caldo poiché non hanno le ghiandole sudoripare che permettono l’abbassamento della temperatura corporea), che invano abbiamo cercato di confortare con gesti e carezze.

Gesti retorici, ossia svuotati di ogni utilità, direbbe qualcuno, visto che stanno andando a morire, eppure è in questo riconoscimento della loro individualità sofferente – un’individualità schiacciata dal sistema e azzerata nel conteggio che fa di ogni corpo solo merce numerabile – che si basa l’essenza della nostra lotta. Una lotta che si pone come obiettivo la realizzazione di una società libertaria in cui ogni individuo abbia la possibilità di portare a compimento le proprie potenzialità (che siano di specie, di carattere, di talento o di altro) e al contempo il riconoscimento di questa individualità anche nelle creature che la cultura, la tradizione, i pregiudizi e la società ci hanno abituato a considerare inferiori e indegni della nostra considerazione morale.

Scendiamo in strada, ogni volta, per una battaglia di giustizia e non di compassione. La ragione e la giustezza delle nostre argomentazioni sono la nostra forza e i nostri sentimenti.

Nonostante il caldo, anche stavolta abbiamo superato la cinquantina di partecipanti e, quel che è confortante, è che ci sono sempre volti nuovi. Persone che vengono a conoscenza della campagna attraverso i più svariati canali o il semplice passaparola e accorrono in strada, si uniscono a noi, convinti della giustizia di questa lotta.

Un piccolo aneddoto: mentre si passava tra le auto per distribuire i volantini, una macchina con dentro cinque ragazzi ha richiamato la nostra attenzione. L’impressione era quella che volessero sfottere. Ridevano e facevano battute. In romanaccio stretto uno dei cinque ci fa: “aoh, qui dietro c’avemo er più vegano de tutti, faglie ‘mpò vedé che te sei comprato!”. Noi, già pronte a vedere il triste e sarcastico spettacolo di una bistecca sanguinolenta impacchettata, abbiamo gettato un occhio sconfortato. E invece veramente avevano una busta colma di prodotti vegani. I ragazzi hanno poi proseguito dicendo “ce sta a travià pure a noi, stamo a diventà tutti vegani”. Al che abbiamo aggiunto, per rinforzare il proposito: “se aveste visto poco fa, è appena passato un camion di maiali...” e loro “zitte, zitte, nun me dite niente, nun ce posso pensà”.

Perché riporto questo episodio? Perché il sentore del sostegno alla nostra campagna da parte della collettività è veramente chiaro. Qui non stiamo parlando di attivisti, ma di persone comuni, persone che cominciano a rendersi conto dell’ingiustizia dello sfruttamento animale, nei suoi tanti aspetti, compreso quello degli addetti al macello, costretti, come dice Tognazzi ne "La proprietà non è più un furto" (di Elio Petri), a svolgere il lavoro sporco affinché la società possa avere la fettina di carne nel piatto senza lordarsi le mani di sangue. Sfruttati anch’essi da chi vuole guadagnare sulla pelle dei viventi, da chi ipocritamente non metterebbe mai nemmeno un piede dentro un mattatoio, eppure permette che altri vi svolgano il proprio, alienante, lavoro.

Ed è proprio questo che la campagna NOmattatoio vuole ribadire ogni volta: non è questione di essere animalisti o meno, ma di divenire consapevoli del fatto che viviamo in una società che tollera la violenza, lo sfruttamento e il dominio (dominio che nel caso degli animali non umani è totale) sugli individui e che fa di tutto per nasconderne l’orrore sotto al tappeto dell’ipocrisia sociale, continuando a creare e alimentare al suo interno, verticalmente e trasversalmente, continue gerarchie, muri divisori, confini e discriminazioni.

Noi questo tappeto intessuto di una trama fitta di menzogne culturali e mistificazioni vogliamo sfilacciarlo sempre più, fino a rendere evidente il buco nero dell’enorme ingiustizia che si alimenta dell’inconsapevole sostegno della collettività intera.

 Ci ritroveremo per il 9° presidio NOmattatoio il 29 agosto prossimo. Vi aspettiamo in tanti perché solo insieme e in tanti potremo fare la differenza. 

 

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